PRESENTAZIONE DEL BLOG

Le persone di Naturamata da anni sperimentano il ritorno alla natura e alla vita di campagna. Grandi le risposte ottenute, ma tante ancora le difficoltà e le incognite. Nel blog faremo confluire le esperienze ulteriori, i sentimenti, il lavoro, le idee e le iniziative tese a risolvere in tutto o in parte le incertezze che si oppongono al progetto compiuto di ritrovare l' equilibrio interiore, uno stile di vita gratificante e responsabile e la capacita' di costruire il proprio benessere in accordo con l'eco - sistema. Ci anima uno spirito di ricerca autentico, che rifiuta soluzioni preconfezionate, ideologiche o mistiche. Per essere utili a se stessi, agli altri e al pianeta occorre essere liberi, coraggiosi e lucidi, per comprendere la complessità delle cose umane e cercare di risalire alla fonte, dove si trovano le ragioni e l'energia per risolvere la vita con soluzioni veramente a misura d'uomo.

8 feb 2013

Elezioni politiche italiane Febbraio 2013

Il momento delle elezioni è sempre un momento di civiltà e di democrazia e quindi di libertà e di gioia, peccato che di questi tempi queste parole sembrano essersi svuotate di ogni significato.
Prova ne è soprattutto il senso di smarrimento che pervade i cittadini (me compreso) davanti alla eventualità di recarsi alle urne per scegliere i prossimi delegati all’esercizio del potere di vita e di morte su una popolazione intera. Penso a questa pesantissima delega su scelte produttive, territoriali, sociali, culturali ed etiche, che riferite ai singoli sono la ricchezza e la pluralità del genere umano ma, riferite ad uno stato che semplifica, unifica, omologa per economia di gestione, sono le forbici che tagliano le ali alla genialità. Se poi vedo che i politici, come accade ormai sistematicamente, invece di amministrare gli altri amministrano se sessi, oltre alle ali sento di perdere anche le gambe.
Il sistema italiano non ha mai saputo coordinare gli impulsi creativi con la disciplina e l’efficienza, per cui è scivolato lentamente in una condizione di sopravvivenza dove tutto è diventato grigio. Siamo corsi sempre dietro le nazioni più evolute, vivendo l’affanno di un progresso troppo rapido o diverso dalla nostra natura, con il risultato di essere sempre i primi degli ultimi o gli ultimi dei primi. Con il tempo si è aggravata la nostra incapacità di fare non solo una nazione ma anche una provincia, oltre che un programma di sviluppo economico o culturale. Dall’Italia dei comuni, delle signorie e dei “notabili”abbiamo ereditato una casta politica fatta di individui che pensano innanzitutto al potere e all’arricchimento personale, ritenendo del tutto secondaria l’esigenza di rendere un servizio alla comunità.
Lo smarrimento davanti all’evento elezioni è lo stesso smarrimento che cresce da almeno dieci anni, ma potrei dire anche venti o quaranta, perché il ricordo di una diversa serenità, mi riconduce solo ad una delle tante pause dentro cui abbiamo trovato l’onda favorevole che ci ha spinto in avanti per un po’, prima di ripiombarci nell’affanno. Questo è un momento particolare, dove la profondità della depressione non lascia spazio all’interpretazione. E anche questa volta siamo gli ultimi dei primi, con l’aggravante di vedere cedere anche i nostri capisaldi sui quali abbiamo sempre difeso la nostra residua italianità e la nostra possibilità di riscatto: le grandi aziende sono in crisi o sommerse dagli scandali, il turismo arretra, il patrimonio artistico deperisce, il paesaggio si deforma.  La crisi economica, la corruzione politico – amministrativa, l’illegalità stanno impoverendo sempre di più l’economia dello stato e del popolo e l’immagine del Paese, per cui comincio a pensare che l’unica soluzione è quella di ritornare ad una condizione di vera e propria sottomissione rispetto ad uno o più stati-guida, sicuramente meno creativi, ma più capaci di amministrare. Questa è una resa all’evidenza dei fatti, con la consolazione e con la certezza che gli “stranieri” sapranno meglio di noi salvaguardare il patrimonio italiano che noi snobbiamo o che addirittura distruggiamo e non sarebbe la prima volta che gli stranieri ci insegnano persino ad amare l’Italia e noi stessi.
Questo è l’affresco che vedo guardando l’Italia di oggi, chiedendomi cosa devo andare a fare dentro un seggio elettorale. Penso che il  mio voto sarà inutile, qualsiasi sia la mia scelta, riconoscendo che il livello della cosiddetta offerta politica è talmente basso, che in ogni caso è destinato a non avere alcun peso. Ma in termini pratici il peso deve averlo per forza, visto che comunque un governo dovrà pur esserci. Non essendo né anarchico né qualunquista e dovendo scegliere, cercherò di ragionare per capire dove sta il male minore.
Ho capito che presentarsi alle elezioni è come creare una partita iva o programmare un viaggio esotico, oppure iscriversi ad un club sportivo, ma anche partecipare ad una caccia al tesoro o ad un concorso di bellezza. Questa è l’impressione che danno i nuovi candidati o i loro sostenitori, emersi dai settori più disparati per auto-definirsi componenti della “società civile” invece che politici, consapevoli che il politico non gode al momento di buona reputazione. Li ascolto e li seguo da tre mesi circa per ricavarne già un disgusto che fiuta l’ennesima finzione, che domani diventerà commedia e dopodomani circonvenzione. Ingroia, Montezemolo, Giannino non ci parlano di società civile, ma di beghe politiche nelle quali recitano già la parte dei salvatori della patria, dibattendo come gli altri sull’infinito corollario dell’ordinaria amministrazione e non avendo la più pallida idea di cosa sia una società complessa e poi uno stato. Poi c’è Bersani, reduce dalla vittoria interna su Renzi, inconsapevole o incurante del fatto di aver spento l’unica possibilità di nuovo respiro per un partito che non ha mai dismesso la veste dell’apparato, cullandosi su una presunta superiorità morale, culturale e politica che rappresenta la paralisi dell’evoluzione.
C’è Berlusconi e Maroni, l’altra faccia della paralisi, incapaci di vedere o di volere un’Italia veramente diversa, l’uno condizionato dalla destra storica capitalista, truffaldina ed egoista, l’altro dal fascino incondizionato degli imperi centrali, ai quali più che all’Italia si sente di appartenere. Poi c’è Monti,  che ha giocato a governare sotto l’ombrello del consenso plenario, ma quando ha dovuto argomentare si è riscoperto un mediocre professore, abbandonato dagli italiani che si sono fatti seviziare senza fiatare nella vana attesa di un solo provvedimento in loro favore.
Infine Grillo, il comico, l’antipolitico, il populista, il contestatore. Grillo contro tutti sembrava una trovata momentanea e invece è andato fino in fondo, rifiutando tutte le offerte e gli ammiccamenti dei denigratori che intanto cominciavano a temerlo e volevano allearsi con lui. Grillo è l’unica vera novità, non solo, l’idea di azzerare tutto è l’unica vera alternativa rispetto alla prospettiva di vedere giungere al suo compimento l’inesorabile declino italiano.
Nella premessa ho spiegato che il declino ha radici profonde e antiche e somiglia ad una schiavitù dove si vedono le catene ma non il carceriere, camuffato una volta da prete, una volta da dottore e un’altra da visitatore. Occorre provare a rompere le catene e cercare la libertà, per non assuefarsi allo schifo che ormai scambiamo per normalità e per recuperare lo spazio e il tempo dentro il quale ritrovare o reinventare il nostro destino. Poco importa se avremo le idee poco chiare per governare, vorrà dire che le idee sono veramente nuove, proprio quello che serve per ricominciare. Sono tutte finte le rivoluzioni che ci propongono o sono le rivoluzioni degli altri (francesi, americane, spagnole, russe) e soprattutto la vera rivoluzione non si chiamerà mai “rivoluzione civile”, da vivere in televisione. Dovrà chiamarsi Rivoluzione Italiana, da vivere per le strade, al lavoro, nei palazzi del potere, in casa propria o sul campo di battaglia, così come tutte le rivoluzioni vere, anche cruente, che nascono per ribellarsi ai soprusi, alle ingiustizie e alla schiavitù.
Ho detto prima che il panorama politico è deprimente e che, dovendo esercitare diritto di voto, voterò per il meno peggio. Voterò Movimento Cinque Stelle, perché è l’unica proposta coerente con un sentimento di disgusto generale (se è vero disgusto) e con la possibilità di spezzare il sistema perverso su cui si regge la politica italiana da 150 anni, perché l’Italia faccia la sua rivoluzione, magari facendo da apripista verso un modello politico ed economico che faccia il bene delle società avanzate desiderose di nuovi equilibri, di prosperità, solidarietà e rispetto per l’ambiente.   
 Luciano Favara

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