PRESENTAZIONE DEL BLOG

Le persone di Naturamata da anni sperimentano il ritorno alla natura e alla vita di campagna. Grandi le risposte ottenute, ma tante ancora le difficoltà e le incognite. Nel blog faremo confluire le esperienze ulteriori, i sentimenti, il lavoro, le idee e le iniziative tese a risolvere in tutto o in parte le incertezze che si oppongono al progetto compiuto di ritrovare l' equilibrio interiore, uno stile di vita gratificante e responsabile e la capacita' di costruire il proprio benessere in accordo con l'eco - sistema. Ci anima uno spirito di ricerca autentico, che rifiuta soluzioni preconfezionate, ideologiche o mistiche. Per essere utili a se stessi, agli altri e al pianeta occorre essere liberi, coraggiosi e lucidi, per comprendere la complessità delle cose umane e cercare di risalire alla fonte, dove si trovano le ragioni e l'energia per risolvere la vita con soluzioni veramente a misura d'uomo.

13 giu 2013

Campagna e città – La convivenza è possibile ? - secondo capitolo


2) Le strade all’incrocio

Si potrebbe ricondurre il dualismo campagna – città ad una semplice differente scelta di vita legata ai gusti di ognuno, ma una simile visione è troppo riduttiva, non potendo non considerare il ruolo della campagna e della natura in generale, che sono la nostra fabbrica della nutrizione. Peccato che lo sviluppo incontrollato, la sovrappopolazione e la corsa tecnologica, la stanno trasformando in una vera e propria fabbrica, che si allontana sempre di più dalla dimensione rurale, dalla qualità e dai sapori. Questo processo riguarda tutte le attività umane che, in base ad una casualità di eventi più o meno necessari, viaggiano verso orizzonti sempre più nebulosi.
Come sempre avviene, per il gioco dei pesi e dei contrappesi, senza stare a capire chi ha torto e chi ha ragione, vediamo oggi coincidere gli opposti di un progresso che da un lato spinge per un futuro di umanoidi con il rivestimento in pelle e dall’altro per il recupero delle  tradizioni e delle dimensioni umane. Apparentemente sono due scelte inconciliabili, ma non è detto.
Le possibilità sono almeno quattro.
La prima conduce dritto ad un conflitto mondiale generato dalle disparità crescenti fra ricchi e poveri, dall’implosione dei sistemi capitalistici e dalla inondazione demografica del pianeta di popoli avidi di “progresso”. Negli ultimi quarant’anni, mentre da un lato la globalizzazione veniva praticata solo dalle multinazionali, dall’altro c’erano almeno due miliardi di persone che progettavano un loro riscatto economico e sociale. Naturalmente i modelli del riscatto sono quelli capitalistici, così mentre noi cominciamo a dubitare della bontà di questo tipo di sviluppo e pensiamo a come tornare indietro, gli altri alimentano iniziative economiche, industriali e militari che inquinano in modo crescente il pianeta mentre allevano un mostro demografico. Verrà il tempo che il mostro vorrà come noi tornare indietro, ma potrebbe non esserne capace. Ritengo più probabile il reflusso di una marea umana, con indosso una divisa o senza, verso terre fertili o stati ricchi da occupare.
La seconda opzione vuole accreditare la comunità internazionale della capacità di addivenire prima o poi ad un riassetto degli equilibri del pianeta che guardi non solo alle questioni politiche, ma anche a quelle sociali. Che può avere effetti benefici se converge con una globalizzazione autentica che rispetta i territori oppure devastanti al pari di una guerra, se continua a favorire lo sfruttamento delle risorse e il mero arricchimento economico. In questa opzione dovrebbe rientrare la ricerca di un modello funzionale alle diversità e alle esigenze delle varie zone del pianeta. E’ un progetto complesso e lungo ed implica un governo sovrannazionale: se non è utopia è certo molto difficile da realizzare.
La terza opzione potrebbe vedere lo sviluppo di due mondi paralleli, l’uno conservatore dei valori e delle dimensioni originarie, l’altro lanciato verso un progresso ormai inarrestabile che troverà in una dimensione chimica e tecnologica forme, contenuti e ragioni della sua esistenza.
L’idea dei due mondi paralleli ci riconduce al tema di questo scritto, che è quello della convivenza fra due realtà che pur abitando nella stessa casa ne utilizzano separatamente gli ambienti, gli impianti e lo spazio circostante. Sono due realtà che si attraggono o si respingono per passione, ma lavorano su progetti di vita differenti, destinati ad integrarsi o combattersi. Il mondo contadino ha sempre pagato alla società un tributo grande sia in termini economici che sociali, per non parlare del tributo di sangue, immolandosi alla causa della guerra fin dai tempi più antichi. Erano fatti per lo più di contadini o piccoli proprietari terrieri gli eserciti romani e di molti altri popoli. Nella figura dell’uomo che lavora la terra si incarna l’esigenza di massimo equilibrio fra il corpo e la mente, la resistenza alle fatiche più ingrate e l’abitudine a legare la propria esistenza al ciclo inesorabile della natura nella buona e nella cattiva sorte, questo faceva del contadino un buon soldato.
La quarta opzione è quella già praticata in periodi diversi della storia umana, che faceva di questa separazione semplicemente una divisione dei ruoli, per cui c’era una campagna che nutriva la città senza sentirsene serva o schiava. Questo avveniva perché sia la campagna che la città erano abitate da uomini che avevano tempi e modi umani, che studiavano i fenomeni della filosofia e dell’arte insieme a quelli della natura, uomini che costruivano le famiglie e il lavoro prima di costruire le città. Occorre ammettere che qualcosa non funziona, se pochi decenni ci hanno spinto in avanti nei millenni, pur se privi del controllo del presente.
Oggi andiamo a tentoni, sicuri di vivere una transizione che ha avuto troppa fretta a distruggere le coordinate del nostro tempo. Il progetto per il futuro sembra polverizzato in mille progetti, che devono garantire il benessere senza aver spiegato cosa è il benessere. Sono migliaia o milioni i progetti, ma nessuno sembra fatto per uomini che ancora respirano con i polmoni e si rompono le gambe giocando a pallone. Anch’io faccio progetti e non nego il progresso, ma voglio ripartire da una data certa, per colmare un vuoto che non ha nulla da insegnare. Poi mi occuperò del futuro senza bisogno di strafare e se proprio verrò assalito dalla frenesia di correre, prima dovrò esser certo di poter camminare.

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