PRESENTAZIONE DEL BLOG

Le persone di Naturamata da anni sperimentano il ritorno alla natura e alla vita di campagna. Grandi le risposte ottenute, ma tante ancora le difficoltà e le incognite. Nel blog faremo confluire le esperienze ulteriori, i sentimenti, il lavoro, le idee e le iniziative tese a risolvere in tutto o in parte le incertezze che si oppongono al progetto compiuto di ritrovare l' equilibrio interiore, uno stile di vita gratificante e responsabile e la capacita' di costruire il proprio benessere in accordo con l'eco - sistema. Ci anima uno spirito di ricerca autentico, che rifiuta soluzioni preconfezionate, ideologiche o mistiche. Per essere utili a se stessi, agli altri e al pianeta occorre essere liberi, coraggiosi e lucidi, per comprendere la complessità delle cose umane e cercare di risalire alla fonte, dove si trovano le ragioni e l'energia per risolvere la vita con soluzioni veramente a misura d'uomo.

2) L'esperienza degli ecovillaggi

2)      L’esperienza degli eco villaggi
La vita in comunità, alternative rispetto a quelle urbane conosciute, vede le prime luci intorno al 1970. Lo spunto proviene dai movimenti di ribellione verso un mondo capitalistico e borghese in piena espansione, che viveva in complicità con un sistema politico istituzionale conformista e autoritario.  Il periodo che tutti conosciamo come il “68”  fu una vera e propria rivoluzione, di livello europeo e mondiale, che in pochi anni creò una forte contrapposizione fra classi, studenti e docenti universitari, lavoratori e datori di lavoro, proletariato e borghesia, per sintetizzarsi ancora una volta nell’eterna contrapposizione fra destra e sinistra.
L’idea di comunità di allora era una pura emanazione delle teorie comuniste più integraliste, messe in atto da persone che forse il comunismo non l’avevano mai né visto, né studiato, né sentito raccontare. Infatti l’idea di comunità non era ispirata dall’esigenza di organizzazione statale e quindi di lavoro e di convivenza civile, ma da quella di spaccare un mondo troppo conformista, restrittivo e noioso. Aboliti i freni inibitori e l’oppressione del perbenismo dell’Italia di allora, le comunità si formavano principalmente per contestare ogni forma di istituzione, compresa la famiglia, e per godere senza freni di ogni forma di libertà personale: abbandono di casa e scuola, squadrismo politico, sesso libero e spesso droga. Il tutto sotto l’egida della solidarietà e del pacifismo, la campagna c’entrava poco o niente.

Qualcuna delle comunità agricole create allora esistono ancora, ma sono fortemente trasformate, come trasformate o scomparse sono quelle idee di aggregazione del gruppo, spesso minate alla base da una insoddisfazione profonda e da una falsa ideologia socialista. In realtà l’idea del socialismo sorregge molti gruppi formatisi in epoche anche recenti, ma gli obiettivi sono certamente più concreti e propositivi. Socialismo o no, certamente le comunità devono fondarsi sul principio della cooperazione e della convivenza, organizzate in modo da garantire una certa flessibilità, così come avviene nella comunità più grande rappresentata dalla città.
Nella definizione di eco villaggio vuole racchiudersi l’idea di un modo alternativo di vedere l’insediamento umano nei confronti del territorio, ma anche un rapporto fra i suoi componenti improntato al rispetto reciproco, alla libertà e alla condivisione dei ruoli e delle risorse materiali.
Vi sono altre realtà più grandi e più complesse, dove la condivisione è meno accentuata, perché ognuno è proprietario della sua casa in un villaggio con servizi in comune in aggiunta a quelli di dotazione esclusiva. Gli eco villaggi più collaudati sono organizzati in cooperativa o addirittura in cooperativa di lavoro per l’attività agricola e società srl per la proprietà dei beni immobili e dei terreni, tenendo separati così gli interessi dei proprietari dalle attività lavorative. Ci sono villaggi grandi e piccoli, alcuni con impronta plurifamiliare classica, altri in forma di vera comune, dove la famiglia è dispersa ed integrata nel gruppo. Ci sono anche comunità più estreme, che vivono senza acqua corrente ed energia elettrica, in alloggi precari. Essi accolgono chiunque si presenti e voglia far parte della comunità.

In definitiva, dalla ricerca effettuata tra gli eco villaggi italiani ho desunto alcuni fattori fondamentali, da tener presente per ogni eventuale futura iniziativa, che sono i seguenti:

1)      gli ecovillaggi in forma di “comune” di antica costituzione si sono trasformati in comunità – cooperative e vivono soprattutto perché vivono i loro fondatori. Le persone vanno e vengono con il passare del tempo e così come fluida è l’idea di comunità, fluida è la composizione del gruppo di persone;
2)      quasi tutti gli ecovillaggi si governano attraverso l’assemblea con il metodo del consenso con decisioni all’unanimità, rifiutano il cosiddetto leaderismo, promuovono politiche interne ed esterne al gruppo in favore della solidarietà e della sostenibilità ambientale, professano il pacifismo;
3)      in qualsiasi forma sia gestito, l’ecovillaggio funziona se funziona un efficiente impianto agricolo e quindi un’attività capace di produrre risorse per l’autosufficienza e per la vendita dei prodotti, fino a rappresentare un vero marchio di qualità;
4)      i villaggi residenziali o cohousing affrontano la tematica ambientale ed edilizia, ma non quella dell’autosufficienza e del recupero dei mestieri, perché i componenti del gruppo principalmente vivono con il lavoro esterno al villaggio;
5)      esistono molte iniziative di orientamento tematico, mistico, ludico o turistico, che promuovono sempre le politiche solidali ed ecosostenibili, ma non assolvono alla funzione di ricreare modelli di comunità, piuttosto sono una specie di centri di benessere;
6)      sono numerose anche le associazioni culturali e didattiche, di assistenza nel lavoro e di consulenza che promuovono ognuno a suo modo iniziative per riconvertire l’attuale modello economico e sociale nel senso della sostenibilità e della solidarietà;
7)      ci sono una miriade di micro-iniziative che partono da uno o più nuclei familiari e da un terreno più o meno esteso, che esprimono l’anelito ad abbracciare una vita diversa e più gratificante e che si sviluppa con sentimento ed impegno, ma spesso senza un vero progetto di sviluppo;
8)      infine ci sono gli integralisti naturalisti, quasi sempre vegetariani o vegani, che praticano le varie forme di agricoltura di tendenza: permacultura, agricoltura biologica, biodinamica, naturale, che vivono in perenne fase sperimentale ed autoctona, essendo raramente leggibile un progetto strutturato socialmente e territorialmente.

Tutte queste attività, iniziative, progetti, esperienze, rappresentano la consapevolezza che occorre cambiare un modello di sviluppo non più sostenibile ma, come sempre avviene, ognuno propone il suo cambiamento, per cui il rischio è quello di disperdersi nel grande mare dell’indifferenza.
Ben venga allora questa brezza di aria nuova, ma cerchiamo di tracciare strade visibili e percorribili per un rafforzamento dei progetti ed una possibile unificazione delle iniziative. Il sistema perverso va scardinato dall’interno, perché dall’interno dovranno venire nuove  e convinte adesioni, e quindi non dai pochi eletti dell’eremo, ma dalla massa umana enorme e disorientata che ancora vaga nel nulla e si consuma in olocausto alla civiltà dei consumi.

fonti informative:
Biofattoria I Sabbioni
Villaggio Verde
Ecovillaggio Basilico
La Comune di Urupia
Il Popolo degli Elfi
Podere Il Monte
La Comune di Bagnaia
Fondazione Campagna Amica
Cooperativa Agricoltura Nuova
Arcipelago Sagarote
Podere Noceto
Ecovillaggio Torri Superiore
Associazione ecovillaggi e cohousing R.I.V.E

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