PRESENTAZIONE DEL BLOG

Le persone di Naturamata da anni sperimentano il ritorno alla natura e alla vita di campagna. Grandi le risposte ottenute, ma tante ancora le difficoltà e le incognite. Nel blog faremo confluire le esperienze ulteriori, i sentimenti, il lavoro, le idee e le iniziative tese a risolvere in tutto o in parte le incertezze che si oppongono al progetto compiuto di ritrovare l' equilibrio interiore, uno stile di vita gratificante e responsabile e la capacita' di costruire il proprio benessere in accordo con l'eco - sistema. Ci anima uno spirito di ricerca autentico, che rifiuta soluzioni preconfezionate, ideologiche o mistiche. Per essere utili a se stessi, agli altri e al pianeta occorre essere liberi, coraggiosi e lucidi, per comprendere la complessità delle cose umane e cercare di risalire alla fonte, dove si trovano le ragioni e l'energia per risolvere la vita con soluzioni veramente a misura d'uomo.

3) La proposta di naturamata

3) La proposta di naturamata
L’idea naturamata nasce per caso in un territorio semi abbandonato ma carico di storia e vita. Per caso due entità deboli (la mia convinzione e il terreno depresso) si saldano in un patto forte. Ma ci è voluta una terza e una quarta cosa, la passione e le opportunità, che sono fattori astratti ma anche materia prima allo stato puro. Si dice che le esperienze migliori sono quelle che vengono dal basso, magari inizi ad impastare la calce e mettere un po’ di mattoni uno sull’altro, diventi un bravo muratore, da lì a poco ti scopri grande imprenditore.

A me è successa la stessa cosa, la campagna l’ho avuta da sempre, ma era il mio passatempo, la curavo da proprietario non da contadino, era l’appendice dei miei affari cittadini. Fino a che non mi sono fatte le mani di terra e ho cominciato a condividere con la campagna non solo i pomeriggi dei giorni di festa, ma i giorni e le notti, il vento, la pioggia, il caldo soffocante, la fatica, il silenzio. Nell’incontro con la campagna non c’era l’impegno di un progetto di un’ora o di un anno, c’era semplicemente l’emozione, la conoscenza dei fenomeni immensi nel numero, nel contenuto e nella bellezza. Una opportunità l’ho avuta nel conoscere il mio alter ego in carne ed ossa e insieme a lei immergermi nel bagno purificatore necessario, che ha liberato la mente e il corpo non solo dai pregiudizi ma anche dai progetti agricoli, che in quella fase potevano essere tutti inutili o tutti meravigliosi, ma nessuno avrebbe rappresentato i sentimenti. L’altra opportunità me l’ha data proprio questa campagna , depressa ma nobile, ricca di risorse e di tracce di preziosa umanità.

Le tracce, ancora quasi tutte presenti, pervengono fino a noi attraverso una discendenza familiare che dura dal 1695, la rivoluzione francese doveva ancora attendere 94 anni! Uno degli atti più antichi in mio possesso, che era una concessione sulle terre da coltivare, descrive le persone, lo stato dei luoghi e il tipo di colture, ma devo ancora finire di decifrarlo, essendo un po’ sbiadito, scritto ad inchiostro a mano, su carta grezza ed in lingua latina!

La convergenza simultanea di tanti fattori hanno stimolato un interesse che richiedeva prima di tutto l’interpretazione delle tracce e la lettura dei messaggi provenienti dall’antico podere e dal suo contesto. Così abbiamo imparato ad ascoltare ed osservare il territorio, che ci ha detto per primo cosa voleva e cosa si aspettava da noi. L’eredità raccolta dalla discendenza, la bellezza dei luoghi, la storia, il nostro interesse e il caso, ci hanno consegnato la condizione minima necessaria per cominciare, ma anche l’unico sentiero da seguire.
Dopo i primi dieci anni siamo certi che, oltre ad essere l’unico, il sentiero era quello giusto, perché oltre ad aver salvato il sito, abbiamo disegnato una mappa sulla quale si vedono convivere in perfetto equilibrio le esigenze, i piaceri e  le ambizioni della nostra comunità, di quella che fu e di quella che sarà. Il filo rosso che collega le generazioni degli uomini è visibile molto più di quanto si pensi ed è un filo che non si spezza, non ostante ci sia qualcuno che sistematicamente ci provi.

Allora si capisce che il nostro non è sentimento nostalgico, ma senso di appartenenza all’unica specie umana di cui facciamo parte, per cui ammettiamo l’evoluzione ma non la trasformazione. Il ritorno alla natura non può essere semplice sovrapposizione del nuovo all’antico, ma neanche un ritorno totale al passato perché il cervello, l’esperienza e la coscienza non possono tornare indietro. Per questo è importante il territorio, siamo importanti noi, il ricordo e la cultura, è importante l’esercizio del mestiere umano con tutta la sua forza e le sue contraddizioni. E’ necessario essere onesti con se stessi e liberi da ogni forma di condizionamento, per dare modo alla nostra individualità di emergere e governare il rapporto con gli altri e con il mondo esterno.

Il nostro podere è testimone di grande laboriosità ed è inserito in un territorio più vasto molto vario e ancora allo stato semi selvatico. La comunità a cui pensiamo mette al centro il lavoro e il rapporto con un territorio – riserva a cui attingere per usi vari in modo sostenibile.
La conformazione geografica del territorio risponde perfettamente ad esigenze di approvvigionamento e distribuzione delle risorse principali, diversità colturali, esposizione climatica, difesa dagli incendi. Tutto questo ci spiega il concetto della permacultura senza averla mai conosciuta.
I manufatti costruiti in epoche diverse usano luoghi e materiali del posto, sapendo insinuarsi fin dentro le grotte o elevarsi su bastioni e torri. Gli impianti idraulici e i terrazzamenti rispondono all’esigenza di organizzare e razionalizzare il tutto. Chi ha lavorato qui era abile agricoltore, vinificatore e olivicoltore, ma anche scalpellino, muratore, esperto di muri a secco, idraulico, fabbro e sapeva allevare e governare gli animali. Il concetto dell’autosufficienza che oggi va tanto di moda in questo podere non è scritto da nessuna parte ma si legge ovunque.

Questo posto ci ha indicato la strada per ritornare alla terra e alla piccola comunità, che non possiamo chiamare ecovillaggio, perché il mondo di cui parliamo non conosce definizioni di maniera o di scopo, volendo significare non la molecola erudita di un cosmo ignorante, ma la spina dorsale di un modo di essere e di fare su cui si giocano le sorti del mondo civilizzato.

La nostra comunità parlerà di vita e lavoro, si occuperà di persone, di arti e mestieri. Essa farà del territorio la sua casa e in esso prolificherà e coltiverà i prodotti della terra, li consumerà, li trasformerà o li conserverà, come facevano gli antichi egizi o i contadini di cinquant’anni fa, ma senza distruzioni, senza veleni.
Lo chiameremo borgo rurale, e sarà un presidio sul territorio, per rappresentare i residenti della campagna, i lavoratori e i custodi della terra e del bene primario della sussistenza.
Non ci specializzeremo in pratiche agrarie particolari ma staremo attenti a capire il ciclo vitale dell’esistenza e a riprodurne i benefici su noi stessi e sulle comunità grandi e piccole del territorio natura o del territorio stato. Nessuna etichetta o vincolo può essere apposto all’avventura del viaggio sulla terra e nella terra, per cui non diremo neanche che siamo pacifisti, animalisti, ambientalisti, ma sapremo sicuramente amare il pianeta e “difenderlo” ad ogni costo.

Anche l’invocazione dell’eguaglianza e il rifiuto del “leaderismo” sono regole moraliste e preconcette che rendono poco alla causa, oltre a contrastare con il principio della diversità. Se la diversità è un valore, anche la qualità è un valore. La qualità nell’uomo fa emergere l’intuizione, frutto autogeno ed unico, che spinge il passo in avanti e lo regala ai suoi simili, che ne studiano i contenuti, ne osservano le regole e lo adottano. Può chiamarsi invenzione, suggerimento, consiglio o disposizione, può essere l’idea, la lucidità o la prontezza di chiunque. Se capita sempre allo stesso, costui è un leader, cioè ha qualità maggiori per governare se stesso e gli altri se serve, quando capita o quando gli è concesso. Dove sta l’orrore? Il comandante della nave è un leader, il presidente del consiglio è un leader, l’artista è un leader,  non è facoltativo ma necessario.
Il governo degli eventi, che può comprendere o no la presenza di altri e ragioni di vita o di morte, spesso viene esercitato in un attimo. L’attimo non fa le assemblee, decide con un clic. Il tempo è leader? Per fortuna!

Quando una scelta diventa categorica se ne limita la comprensione da parte degli altri, escludendone di fatto la partecipazione. Nessuna scelta assoluta può dirsi giusta, neanche se predica bontà, comprensione e benessere, si tratta sempre di un benessere “condizionato”.
Il benessere a cui pensa naturamata si conquista giorno per giorno con la capacità di relazionarsi con i fattori esistenziali, in una gamma di fenomeni naturali belli e brutti che andremo a sopportare, contrastare o abbracciare, secondo conoscenza e secondo coscienza.  Il benessere che cerchiamo non si trova nei preconcetti e meno ancora nelle teorie o nelle scuole di pensiero, nella meditazione, nel misticismo o nell’esoterismo, che nulla hanno a che vedere con la semplicità di un seme che vuole germogliare. Noi vogliamo sapere fare il pane, il miele, l’olio, vogliamo convivere con i frutti della terra, vogliamo assimilare la bellezza e la forza, la generosità e la cattiveria della natura, per essere autosufficienti come lei. Le teorie sono scritte nell’aria, nel fuoco, nella terra e nell’acqua , noi metteremo il sentimento e l’ingegno per ingravidare questa natura che ci vuole dare i suoi figli perché finalmente si possa contare su gente sobria, forte e responsabile.

Comunità rurale, campagna, lavoro, relazioni, esistenza, il significato delle parole non è richiesto, ma il nulla o il poco è compreso nel tutto, in esso ci addentriamo con i mezzi che abbiamo, senza sermoni da recitare, con tutta la voglia d’imparare. Faremo strada un po’ indietro e un po’in avanti, per reggerci nel passato, per viaggiare nel futuro... e in futuro si vedrà.
                                                                                      Luciano Favara

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