PRESENTAZIONE DEL BLOG

Le persone di Naturamata da anni sperimentano il ritorno alla natura e alla vita di campagna. Grandi le risposte ottenute, ma tante ancora le difficoltà e le incognite. Nel blog faremo confluire le esperienze ulteriori, i sentimenti, il lavoro, le idee e le iniziative tese a risolvere in tutto o in parte le incertezze che si oppongono al progetto compiuto di ritrovare l' equilibrio interiore, uno stile di vita gratificante e responsabile e la capacita' di costruire il proprio benessere in accordo con l'eco - sistema. Ci anima uno spirito di ricerca autentico, che rifiuta soluzioni preconfezionate, ideologiche o mistiche. Per essere utili a se stessi, agli altri e al pianeta occorre essere liberi, coraggiosi e lucidi, per comprendere la complessità delle cose umane e cercare di risalire alla fonte, dove si trovano le ragioni e l'energia per risolvere la vita con soluzioni veramente a misura d'uomo.

Il valore della biodiversità

La storia della diversità biologica nell’agricoltura siciliana
di GIUSEPPE BARBERA

Diverse condizioni concorrono a determinare la ricchezza della diversità biologica di un territorio: nel caso della Sicilia la posizione geografica, l’orografia, la variabilità dei suoli e del clima hanno definito condizioni ambientali così mutevoli da comportare la diffusione di una biodiversità molto elevata – tra le maggiori in Europa – che si manifesta nell’eccezionale numero di specie floristiche e faunistiche, nella ricchezza degli habitat, nella varietà dei paesaggi.
A questa alta diversità “naturale” si somma, in analoga eccezionale misura, quella “coltivata”, presente e utilizzata nei tanti agrosistemi che i caratteri ambientali e la storia umana hanno visto determinarsi e rappresentarsi in maniera estremamente varia e differenziata. Coesistono oggi sul territorio siciliano molteplici paesaggi agrari tra loro diversi, resi tali dall’interazione millenaria dei fattori ambientali, storici, sociali, economici; e ciascuno di essi ha una ricchezza di specie e una abbondanza di varietà e razze che testimoniano millenni di storia in un ambiente estremamente vario per caratteri geografici e naturali e per le trasformazione che l’uomo vi ha compiuto.

Il bacino del Mediterraneo è centro di origine di molte specie animali e vegetali – un “hot spot”, viene definito – oggi allevate e coltivate ben oltre i suoi confini in virtù di quello scambio biologico che sempre nella storia ha messo in comunicazione la diversità planetaria. La grande ricchezza specifica è determinata dalla evoluzione in situ del germoplasma indigeno, dall’apporto derivante da altre regioni, dalle millenarie attività antropiche di domesticazione e di miglioramento genetico.
Le capacità tecniche degli antichi agricoltori mesopotamici nel selezionare, migliorare e coltivare i prodotti della terra, hanno incontrato la ricchezza biologica della natura mediterranea intorno al II millennio a.C. e definito un quadro di possibilità colturali che, dal chiuso dei giardini, si è trasferito ai grandi paesaggi, fondato inizialmente sul frumento, l’orzo, i ceci ed i piselli e, tra i fruttiferi, olivo, fico, vite,melograno. Lungo le vie dei commerci, per terra e per mare, le piante agrarie e i loro prodotti sono giunte nelle terre e sulle tavole mediterranee a costituire parte fondante di civiltà che nell’agricoltura,
nei commerci delle derrate agricole, nella alimentazione e nella convivialità hanno uno dei loro tratti distintivi.

Alla metà del secolo scorso Lucien Febvre, un grande storico francese, provava a immaginare un nuovo viaggio attorno al Mediterraneo di un suo illustre predecessore, Erodoto di Alicarnasso, il “padre della storia”. Quasi due millenni dopo il primo, questo sarebbe stato pieno di sorprese e a stento vi avrebbe riconosciuto le terre percorse nel V secolo a.C. A parte l’olivo, il carrubo, il mandorlo, il fico e il melograno, gli altri alberi da frutto sarebbero a lui apparsi del tutto sconosciuti, e anche a tavola quante sorprese: il pomodoro, la melanzana, il mais, il riso, i peperoni, la patata si sono aggiunti all’aglio, alla cipolla, alla barbabietola, al cavolo, all’indivia e alla cicoria. L’immagine stessa del Mediterraneo, a conferma di chi osserva che nulla nell’incontro tra la natura del pianeta e la storia dell’uomo ha dato risultati così vari e sorprendenti come i paesaggi e i cibi, è artificiale, creata dall’uomo secolo dopo secolo, viaggio dopo viaggio, frutto dopo frutto.

Le ragioni che portano i prodotti della terra a spostarsi lungo vie spesso tortuose e viaggi spericolati sono tra le più diverse, legate certo all’alimentazione e ai commerci, ma spesso anche alla curiosità degli introduttori, agli interessi dei cacciatori di piante, al gusto del collezionismo scientifico.

A partire dall’epoca romana e greca, le vicende dei frutti degli alberi sono in genere ben note e documentate. Le albicocche, che nascono selvatiche nelle montagne dell’Asia centrale, arrivano solo nel I secolo a.C. Plinio il Vecchio racconterà nella Historia naturalis di frutti che provengono dall’Armenia e che maturano precocemente. Le ciliegie sono, invece, il trofeo della battaglia vittoriosa del proconsole Lucullo contro Mitridate re del Ponto. Pesche e pistacchi sono altri frutti che dobbiamo ai commerci greci e romani. Le prime sono native delle montagne del Tibet,ma lì erano piccole, insapori e lanuginose, non certo vellutate. Per i romani provengono dalla Persia (da cui il nome), ma le introdurranno tardi, solo nel I secolo d.C, già rese deliziose dal lavoro anonimo di tanti agricoltori, tanto da effigiarle sui muri di Pompei. Anche dell’arrivo del primo albero di pistacchio si sa tutto: ai tempi dell’imperatore romano Tiberio, Lucio Vitello ambasciatore in Siria lo pianta in un suo podere non lontano da Roma.

Dopo i trionfi dell’agricoltura romana bisognerà aspettare molti secoli perché il mondo delle produzioni agricole nel Mediterraneo venga ampliato dalle nuove specie apportate da quel lento diffondersi di uomini, di beni, di tecnologie e d’idee che dal VI secolo, sotto il segno della cultura islamica, giunge dai deserti e dai pascoli della penisola arabica verso l’Africa settentrionale, la Spagna, la Sicilia. Nei giardini reali di Granada, Toledo, Palermo nuove colture arrivano come curiosità ornamentali e, una volta riconosciuto un interesse economico, vengono riprodotte e diffuse nelle campagne. Sono soprattutto le piante da orto quelle ad essere introdotte in maggior numero; del resto, il fondamento del successo della “rivoluzione agricola araba” è la disponibilità di nuove efficienti tecniche per prelevare l’acqua dai fiumi o dai pozzi e distribuirla su terreni adeguatamente preparati da zappe ed aratri. Arriva l’anguria, la melanzana, il carciofo; ma le piante simbolo dell’agricoltura islamica sono certamente gli agrumi.

Greci e latini conoscevano bene il cedro che veniva coltivato come pianta medicinale e, dagli Ebrei, come frutto sacro, ma questa era l’unica meraviglia del nobile genere dei Citrus giunta fino ad allora dal misterioso sottobosco delle foreste tropicali alle pendici dell’Himalaya. Tra il X e l’XI secolo arriveranno l’arancio amaro, il limone, la lima, dopo un viaggio che si conclude nel Mediterraneo nei giardini aristocratici dove sono coltivati per la bellezza degli alberi e dei frutti ma anche per l’uso alimentare (succhi e sciroppi), per la farmacia (corteccia) e la profumeria (fiori). Inizia nel paesaggio siciliano, nei parchi arabo-normanni di Palermo, il grande successo degli agrumi.

Il paesaggio e la tavola mediterranea incominciano adesso ad essere familiari ai nostri sguardi contemporanei, ma ancora molta frutta e verdura manca a definirne l’eccezionale biodiversità.Manca, in effetti, la scoperta di un mondo nuovo: la cornucopia mediterranea non si è ancora arricchita dei frutti americani. Il rapporto con “una natura così diversa dalla nostra”, come nel corso del suo primo viaggio aveva osservato Cristoforo Colombo, sarà a lungo sospettoso. I naturalisti spagnoli guardano un ficodindia e si chiedono “se sia albero oppure mostro”. Patate e pomodori (dall’America giungeranno anche mais, girasole, alcuni fagioli e zucche, peperoni, arachidi, topinambur e tabacco) saranno guardati con non minore sospetto e dapprima relegati al ruolo di curiose piante per collezionisti di meraviglie naturali da esibire nei giardini dei nobili.

La conquista americana non esaurisce lo scambio biologico tra i paesaggi e le tavole del mondo. Istituzioni scientifiche e abili commercianti continueranno a scambiarsi frutti, semi o piante. Nel XIX secolo arriveranno in Sicilia il mandarino e il nespolo del Giappone.
Sempre, paesaggi e cibi continueranno a cambiare. A ciò contribuisce anche la moderna genetica, in cerca di nuove forme e nuovi sapori, e il panorama delle varietà coltivate si arricchisce continuamente. Le varietà contemporanee sono state selezionate
in ragione dell’esaltazione della qualità, di una maggiore diversificazione commerciale che faciliti una lunga presenza sui mercati, della resistenza alle avversità che eviti la presenza di residui chimici indesiderati.

Adesso si seleziona anche per migliorare il contenuto vitaminico e la presenza di antiossidanti, così da incrementare ancora le proprietà salutistiche.
La ricchezza di biodiversità in Sicilia si manifesta eccezionale anche a livello intraspecifico.
In ragione della pressione selettiva esercitata dall’uomo nel corso dei secoli, sono state selezionate numerose varietà vegetali o razze animali localmente idonee ai caratteri ambientali, alle esigenze colturali ed alle necessità delle economie di sussistenza o di mercato. Selezioni diffuse spesso in ambiti territoriali molto limitati (anche solo aziendali) ma che, in alcuni casi, per caratteri di pregio e ampia adattabilità, hanno ampliato il loro areale di coltivazione al di fuori dell’area di origine.

Da anni ormai sono però in atto processi di perdita di biodiversità intraspecifica: fenomeni noti come “erosione genetica” determinati dalla diffusione di sistemi monoculturali
semplificati anche dal punto di vista genetico, dalle richieste del mercato (per lunghi anni attratto o comunque indirizzato dalle strategie commerciali verso l’uniformità), dalle offerte del settore vivaistico (spesso determinate da ragioni organizzative collegate alla idoneità alla propagazione del materiale genetico), da provvedimenti legislativi tesi a indirizzare le scelte varietali. Grande importanza nei processi di erosione genetica hanno avuto, per i caratteri propri dell’agricoltura tradizionale, i cambiamenti d’uso del suolo che hanno deviato verso l’abbandono o l’urbanizzazione territori di antichissima agricoltura ricchi di biodiversità accumulata, può dirsi, nel corso dei secoli. I processi di erosione genetica hanno riguardato, seppure con tempi, modalità e intensità diverse sia il settore frutticolo che quelli orticolo, erbaceo e zootecnico. Mancano informazioni approfondite sulla perdita di biodiversità agraria, ed è difficile, nell’attesa di una precisa identificazione varietale, districarsi in una selva di sinonimie e denominazioni dialettali. Considerando la storia dell’agricoltura e del territorio italiano nell’ultimo secolo, il tasso di erosione genetica al suo interno non deve allontanarsi troppo da quel 75%, che la FAO assegna, a scala planetaria, alla perdita di risorse agrarie vegetali dall’inizio del secolo al 1993.

Consapevoli dei rischi derivanti dalla perdita della biodiversità, numerose iniziative sono oggi in atto in Sicilia tese a recuperare le varietà in corso di scomparsa, conservarle in appositi campi collezione e valutarle anche in vista di nuovi programmi di miglioramento
genetico. Ma queste iniziative completeranno il loro successo solo se l’importanza della conservazione della biodiversità e le potenzialità legate al suo sfruttamento saranno pienamente comprese ad ogni livello.

Nessun commento:

Posta un commento